Il terapeuta che si sporca le mani


La svolta costruttivista: ecco perchè i
n terapia non basta “solo parlare”

Quando pensiamo alla psicoterapia, l’immagine classica è quella di due persone sedute in una stanza che conversano: si parla di problemi, si analizzano comportamenti, si cercano soluzioni.
Tuttavia, parlare del cambiamento non significa automaticamente esperire il cambiamento.

Molti approcci terapeutici lavorano prevalentemente ad un livello di contenuto, ovvero ad un livello verbale. Ma esiste un’intera sfera della terapia a cui pochi approcci terapeutici fanno davvero attenzione, ed è proprio la sfera dove avviene la vera svolta clinica: il processo relazionale, ovvero il modo in cui terapeuta e paziente stanno in relazione.

Come psicoterapeuta ad orientamento costruttivista, è proprio qui che vedo la straordinaria marcia in più di questo approccio.

Il paradosso che ostacola il cambiamento

Facciamo un esempio specifico, ma molto eloquente. Immaginiamo una scena abbastanza frequente: un paziente vive una profonda insicurezza e ha un disperato bisogno di conferme da parte degli altri per sentire di valere. È costantemente in balìa degli altri, che in qualunque momento possono confermarlo così come possono disconfermarlo.

Se in terapia ci si limita a lavorare sui contenuti, il terapeuta potrebbe rassicurarlo, dirgli quanto vale o dargli feedback positivi per “alzarne l’autostima”. All’apparenza sembra la cosa giusta. Ma a livello di processo, cosa sta succedendo davvero?

Si sta verificando un paradosso. Infatti:

  • sul piano del contenuto (il piano verbale): il terapeuta cerca di infondere nel paziente la fiducia in se stesso;
  • sul piano del processo (il piano relazionale): il terapeuta continua a fornirgli la “dose” di conferme di cui ha bisogno, mantenendolo imbrigliato nello stesso identico schema che lo fa soffrire, ovvero la dipendenza dal giudizio altrui.

Qui arriviamo a un punto cruciale: alcuni approcci terapeutici, pur essendo efficaci a livello di contenuto, rischiano di ostacolare il cambiamento a livello di processo. Succede quando il terapeuta, non prestando attenzione a cosa sta succedendo nell’implicito della relazione, continua inavvertitamente a proporre al paziente le stesse dinamiche in cui il paziente è già imbrigliato fuori dalla stanza. Se la relazione terapeutica riproduce passivamente i vecchi schemi, le stesse dinamiche che il paziente vive fuori dalla stanza, il cambiamento rimane solo teorico, una bella teoria di cui si parla, ma che non si vive.

La marcia in più: il terapeuta che “si sporca le mani”

Nel costruttivismo, il terapeuta non è un osservatore esterno che eroga consigli o interpretazioni dall’alto. È un professionista che si immerge nel processo e mette a disposizione se stesso e la relazione terapeutica come un vero e proprio laboratorio sperimentale.
Detto in altre parole, il terapeuta costruttivista è un “perturbatore strategicamente orientato” (cit.): il terapeuta, mettendosi in gioco nella relazione, si impegna costantemente a far sperimentare al paziente qualcosa che esce dai suoi schemi.

Il terapeuta costruttivista si interroga costantemente su come stare con il paziente che ha di fronte, assicurandosi che il modo in cui si mette in relazione a lui possa essere un modo utile a favorire il cambiamento. Esistono infatti modi di stare col paziente che possono favorire il cambiamento e modi che invece rischiano di ostacolarlo.
Questa grande cura dell’andamento del processo relazionale, ha a che fare con una strategia clinica fondamentale: l’assunzione della posizione ortogonale.

Che cos’è la Posizione Ortogonale?

Mantenere una posizione ortogonale significa rifiutarsi di giocare la partita con le regole che il problema del paziente impone.

Riprendendo lo specifico esempio citato sopra, se un paziente si muove da sempre lungo l’asse “se mi confermi valgo / se mi disconfermi non valgo”, il terapeuta ortogonale non lo confermerà né lo disconfermerà. Non lo compiacerà nè lo svaluterà. Uscendo da quell’asse, il terapeuta offre al paziente un’esperienza del tutto inedita: la possibilità di stare in relazione con qualcuno senza dover rincorrere l’approvazione per esistere. Il terapeuta, piuttosto, affiancherà il paziente nel costruire i propri criteri personali. In questo modo, questo tipo di paziente smetterà di cercare l’approvazione esterna e inizierà a sviluppare una vera e propria bussola interna, uno strumento personale e potentissimo che gli permetterà di muoversi nel mondo con sicurezza, senza più dipendere dal parere altrui.

La figura sottostante rappresenta graficamente l’esempio.

Questo è solo un esempio: è solo uno tra gli infiniti modi in cui la posizione ortogonale può prendere forma. Non esiste un’unica posizione ortogonale valida per tutti: esistono infinite posizioni ortogonali, tante quante sono le persone e le trappole in cui possono imbrigliarsi.

Cercare di mantenere una posizione ortogonale con il paziente significa cercare di non fare lo stesso gioco del paziente, poichè è proprio quel gioco che lo sta bloccando e mettendo in difficoltà. Mantenere una posizione ortogonale significa invitare il paziente a fare un nuovo gioco, che si basa su nuove logiche, favorendo così uno sblocco e una riattivazione del “movimento” nella vita.

Una palestra di vita protetta

La terapia costruttivista non si limita a parlare di cambiamento: ti fa anche sperimentare il cambiamento direttamente dentro la stanza di terapia.
È in questo campo di sperimentazione protetto, dove il terapeuta si sporca le mani mettendosi in gioco in prima persona, che il paziente impara a muovere i primi passi verso un cambiamento reale e duraturo.

Essendo che queste trasformazioni non avvengono tanto su un piano verbale, quanto su un piano implicito di quello che succede nella relazione terapeutica, spesso accade che il paziente non si accorga nemmeno del processo di cambiamento già in atto. La posizione ortognonale infatti è una piccola perturbazione, che avviene in punta di piedi, senza fare rumore.
Il cambiamento è così dolce e graduale che spesso il paziente se ne rende conto “dopo un po’”, quando si guarda indietro e si rende conto che le cose finalmente non stanno più come prima.
Metaforicamente, se guardiamo una pianta, non possiamo renderci conto a occhio nudo che in realtà sta crescendo, a piccoli passi, giorno dopo giorno. Ma, se a distanza di tempo riguarderemo quella pianta, ci accorgeremo di quanto è cresciuta nel frattempo.

In conclusione

Se un terapeuta non si interroga e non si prende cura anche del modo in cui si relaziona al paziente, si rischierà un fenomeno paradossale per cui il cambiamento è favorito sul piano verbale ma ostacolato sul piano relazionale.
Una buona psicoterapia non deve basarsi soltanto sui contenuti dello scambio verbale, ma anche su quello che succede oltre le parole, sul piano sovraordinato del non detto.

Il cambiamento autentico non avviene quando “capisci” una cosa con la testa, ma quando provi sulla tua pelle che esiste un modo diverso di stare con te stesso e con gli altri.
Se senti che è il momento di smettere di girare a vuoto nei soliti schemi e desideri fare un’esperienza autentica di cambiamento, che non resti solo nella testa ma si radichi nella tua vita, possiamo iniziare a lavorarci insieme. Clicca QUI per prendere un appuntamento.