Perché è difficile essere se stessi?

Nè con te nè senza di te: quando per stare in compagnia si rinuncia alla propria natura

Cosa significa essere se stessi? Non è una domanda banale, così come non è semplice trovare una risposta univoca. A mio avviso, essere se stessi significa essere autentici, essere presenti a se stessi, esprimere la propria vera natura, in armonia con chi ci sta intorno.

Per molte persone, però, essere se stesse può rivelarsi un duro compito. Non è raro infatti avere difficoltà ad esprimere la propria natura. Molti non saprebbero nemmeno identificare con certezza se e quando riescono ad essere autentici. Qualcuno, addirittura, potrebbe non essere in grado di dire chi è e cosa desidera.

Ma perchè per molte persone è così complicato essere se stesse? Come nasce e come si mantiene nel tempo la difficoltà ad esprimere la propria autenticità?

Cercherò di rispondere a questa domanda complessa, facendo riferimento alla letteratura scientifica e alla mia esperienza professionale.

Secondo Ricoeur (1990), il Sè è intersoggettivo e si costruisce nella relazione con l’Altro fin dai primi momenti di vita. L’Altro è coinvolto a un livello originario e profondo nel processo di formazione del Sè. In particolar modo, nel processo di sviluppo individuale gioca un ruolo cruciale il riconoscimento del Sè da parte dell’Altro.
La maggioranza delle persone che hanno difficoltà ad essere se stesse, nelle relazioni precoci non si sono sentite pienamente riconosciute e accettate dai caregivers, ovvero dalle figure di accudimento. Tra bambino e genitori non ha preso pienamente piede un rapporto intersoggettivo, in cui i genitori consideravano il punto di vista del bambino e, viceversa, aiutavano il bambino a considerare il loro punto di vista. I genitori non sono riusciti a considerare, a “vedere” il bambino per la personcina che era realmente, scoraggiando i suoi primi timidi tentativi di esprimere la propria natura e i propri bisogni.
I genitori negavano il loro insuccesso a comprendere il punto di vista del bambino, e assumevano un atteggiamento critico e svalutante verso di lui, come se le difficoltà relazionali del bambino fossero una sua responsabilità.
Ma il bambino, per sopravvivere, dipendeva inevitabilmente dalle figure genitoriali. In questi casi, il bambino sentiva che i genitori si sarebbero occupati di lui soltanto se lui fosse riuscito a conformarsi alle loro aspettative. Di conseguenza, per continuare ad assicurarsi cura e protezione, il piccolo ha messo a tacere quegli aspetti di sé che immaginava non sarebbero stati graditi ai genitori.
È da questa esperienza precoce che può originarsi la difficoltà a essere se stessi con gli altri nel resto della vita.

D’ora i poi, mi esprimerò in prima persona, per aiutarti a immedesimarti meglio nelle mie parole. Così facendo, potresti riconoscerti nella mia descrizione, oppure potresti semplicemente calarti meglio nei panni di chi vive questa grande difficoltà.

Nel corso dello sviluppo, continuo a sopravvivere nelle relazioni adattandomi e conformandomi alle aspettative altrui, annullando me stesso. In ogni rapporto sociale, nascondo quelle parti di me che immagino possano essere inaccettabili per l’altro. Quando sono in compagnia, non sono mai me stesso: nascondo quelle parti di me che penso siano indesiderate ed esibisco soltanto quello che penso possa piacere all’altro.

La mia vita sociale oscilla tra due alternative, potenzialmente rischiose: esprimere me stesso vs eliminare parti di me. L’espressione di me stesso mi espone al rischio di essere rifiutato dagli altri. Ma, d’altro canto, anche l’accettazione da parte degli altri può essere molto rischiosa per me: se per tutta la vita non mi sono sentito riconosciuto dagli altri, potrebbe essere molto destabilizzante sentirmi improvvisamente riconosciuto da qualcuno. Infatti, sarebbe come se venisse a mancare una regolarità su cui ho basato tutta la mia esistenza fino a quel momento: come sarebbe se improvvisamente una mattina il sole smettesse di sorgere, contrariamente a quanto mi sono sempre aspettato?

In età adulta continuo a ricercare quel riconoscimento che non è mai avvenuto nel corso dello sviluppo con le figure genitoriali. Conservo un enorme bisogno di sentirmi visto, considerato e riconosciuto da parte degli altri. Esistono strade diverse per cercare la considerazione degli altri, più o meno consapevolmente. Vediamone alcune:
– attraverso l’amabilità. Faccio il possibile per rendermi amabile agli occhi degli altri. Scelgo di giocare un ruolo d’aiuto nei confronti degli altri, soprattutto nei termini di cura e sollecitudine. Questo accade perchè sento di non poter meritare amore senza adoperarmi per l’altro. Parallelamente, do per scontato che l’altro sia desideroso di essere aiutato. In me è intensa e frequente la paura del rifiuto o dell’abbandono.
– attraverso la capacità. Scelgo di giocare un ruolo di persona capace, degna di ammirazione per qualche qualità o talento. Il timore più frequente è la possibilità di poter fallire e fare brutta figura, rivelando inadeguatezza.
– attraverso l’affidabilità. Scelgo di giocare un ruolo di persona irreprensibile, estremamente affidabile. Il timore più frequente è la possibilità di rivelarmi irresponsabile, ad esempio mancando a un impegno preso o alla parola data.

In tutti questi casi, il tema delle aspettative e delle delusioni è solitamente centrale. Tendo ad avere delle aspettative sugli altri e a sentirmi facilmente deluso quando vengono disattese. Parallelamente, penso che gli altri abbiano delle aspettative su di me e non posso permettermi di deluderle. Questa logica delle aspettative e delle delusioni può condurre facilmente a dispiaceri, frustrazioni, sofferenze e paure.
A volte, paradossalmente, potrei temere non solo di deludere le aspettative altrui, ma anche di soddisfarle: potrei prevedere che, se soddisfo le aspettative degli altri, l’altro alzerà ulteriormente l’asticella, e quindi il mio rischio di caduta sarà raddoppiato.

Cerco di accondiscendere alle aspettative degli altri, al fine di mantenere le relazioni sociali e ridurre il rischio di inadeguatezza. Per questo, nei rapporti sociali nascondo quelle parti di me che immagino non siano gradite agli altri. Dunque, per riuscire ad avere una vita sociale, scelgo inconsapevolmente di sacrificare la possibilità di affermare ed esprimere me stesso. Se esagero nel mettere a tacere alcuni aspetti di me per compiacere l’altro, rischio di arrivare ad un punto in cui nemmeno io so più chi sono, cosa desidero, cosa mi rende felice e cosa mi piace.

Siccome penso di esistere soltanto nella misura in cui ricevo approvazioni dagli altri, posso risultare una sorta di camaleonte, che si trasforma a seconda del tipo di persona con cui entra in contatto. Cerco di essere così come l’altro mi vuole, per sentirmi accettato. Se esagero nel mettere in atto questo trasformismo, rischio di arrivare al punto in cui non so più con chiarezza e precisione chi sono: ho bisogno di mantenere un’idea vaga di me stesso in modo da poter facilmente andar bene a tutte le persone che mi capitano a tiro.

Essendo costantemente impegnato a compiacere e a ricercare l’approvazione, è facile che io possa sentirmi spesso in balìa degli altri. Potrei sentire di non avere il controllo sulle cose che mi accadono, proprio perchè ho riposto la mia vita prevalentemente nelle mani altrui anziché nelle mie. A volte potrebbe capitarmi di essere molto instabile a livello umorale, proprio perchè il mio benessere dipende da quanto sono riconosciuto e validato dagli altri.

Mi sforzo continuamente di conformarmi alle aspettative altrui per ricevere approvazione. Ma accontentare le persone è come voler scaldare tutti con una coperta troppo corta: se voglio coprire qualcuno, qualcun altro resta inevitabilmente scoperto. È impossibile accontentare tutti, perchè le aspettative cambiano a seconda di chi si ha di fronte: accontentando alcune persone, si finisce comunque per scontentarne delle altre.
Ad esempio, se fossi un giovane ragazzo, potrei pensare che i miei genitori mi vogliano serio e responsabile, mentre che i coetanei mi vogliono leggero e divertente. La tendenza a conformarmi alle aspettative altrui mi porrà di fronte a un grande dilemma: se sono responsabile verrò approvato dai genitori ma disapprovato dai coetanei, se invece sono spensierato, verrò approvato dai coetanei ma disapprovato dai genitori. Ciascuna delle due strade alternative rischia di farmi provare un forte senso di inadeguatezza, nel primo caso provato in rapporto ai coetanei e, nel secondo caso, provato in rapporto ai genitori. Il rischio di sentirmi sbagliato sarà dunque sempre dietro l’angolo.

Spesso ho difficoltà a comprendere gli altri a trecentosessanta gradi, per come sono fatti indipendentemente da me: li vedo soltanto per le aspettative che hanno nei miei confronti o per le aspettative che io ho verso di loro. L’idea che ho delle altre persone è dunque poco articolata e limitata a poche dimensioni che hanno a che fare con le aspettative e le delusioni.
I rapporti sociali si basano spesso sul dare-avere e sul reciproco soddisfacimento dei bisogni: io sono quello che faccio per gli altri e gli altri sono quello che fanno per me.
Spesso tendo a leggere il comportamento dell’altro in modo autoreferenziale, come se le azioni altrui avessero sempre a che fare con me: gli altri non sembrano esistere per se stessi, ma sono quello che succede nella relazione con me. Ad esempio, se l’altro ha un’espressione corrucciata, io potrei pensare che mi stia giudicando male, quando invece magari l’altro è assorto nei suoi pensieri, che in quel momento non hanno nulla a che fare con me.

Non riesco a immaginare una relazione in cui ognuna delle parti in gioco riesce ad esprimere se stessa e, al tempo stesso, a tenere conto dell’altro. Ho difficoltà a leggere le relazioni nei termini di “contemporaneità”, di compresenza di persone che stanno insieme ciascuno con un proprio sistema di significati e facendo qualcosa che ha senso per entrambi. Se ci sono io, non c’è l’altro; se c’è l’altro, non ci sono io. O io annullo me stesso per adeguarmi all’altro, o l’altro annulla se stesso per adeguarsi a me. Mi sento incagliato in un tipo di relazione in cui c’è sempre qualcuno che fa qualcosa a spese dell’altro. Sono convinto che l’espressione di me stesso andrebbe a scapito dell’altro e che l’espressione dell’altro andrebbe a scapito mio, come se non esistesse un modo per essere entrambi se stessi, insieme, senza che nessuno ne soffra o ci rimetta. Tendenzialmente, annullo me stesso per non creare problemi all’altro. Se a volte invece mi capita di esprimere timidamente me stesso, poi vado facilmente incontro al senso di colpa, come se potessi aver fatto qualcosa di compromettente con l’altro.

All’idea di mostrarmi per la persona che sono veramente, potrei provare un forte disagio. A volte potrei proprio provare un senso di vergogna, come se dovessi letteralmente mettermi a nudo davanti agli altri.
Le previsioni all’idea di mostrare il vero Me possono essere di vario tipo: essere giudicato negativamente, deludere l’altro, ferire o essere ferito, perdere la relazione con l’altro, essere rifiutato, essere abbandonato, mostrare vulnerabilità e debolezza, creare tensioni, etc. Una o più di queste paure possono portarmi inconsapevolmente a credere che sia preferibile non espormi mai con gli altri mettendo in gioco me stesso.

Se non riesco a essere me stesso, evito di esprimere i miei pensieri e le mie emozioni. Quando metto troppo a tacere le mie emozioni reputandole troppo intime e personali, rischio di sembrare apatico o anaffettivo. In casi estremi, questo vissuto potrebbe essere descritto come “alessitimia”, ovvero l’incapacità di riconoscere i propri stati emotivi e quelli altrui.

Tendo ad avere poca stima di me, arrivando così a svalutarmi spesso. In fondo provo un forte senso di insicurezza, che mi porta a non fidarmi completamente di me stesso e delle mie scelte. Per sentire di contare qualcosa, ho bisogno che siano gli altri a riconoscere il mio valore. Questa scarsa autostima mi porta a fare il possibile per essere accettato dagli altri, pur avendo sempre di fondo la paura di essere indesiderato. Io, da solo, non riesco a credere in me: posso valutarmi positivamente  nella misura in cui è l’altro a credere in me.

Sono molto preoccupato di quello che gli altri possono pensare di me e mi sforzo costantemente di apparire in un certo modo. Così facendo, non solo rinuncio a essere me stesso, ma compio anche un grande sforzo contro la mia natura, a cui poco a poco mi abituo, senza rendermi conto del perchè le relazioni possano essere così faticose e a volte stancanti.

L’idea di essere me stesso è accompagnata alla paura di sbagliare. Mi sento infatti sbagliato e ho spesso paura di sbagliare. Mi sono fatto l’idea che, se agisco di testa mia, in base a ciò che ha senso per me, rischio di sbagliare. Dunque, agire secondo le aspettative degli altri mi permette di mettermi al riparo dagli errori.
Vedo gli altri come validatori o invalidatori della mia persona: è come se conferissi agli altri il potere di definire chi sono e di giudicare la mia adeguatezza. L’altro è lì per stabilire se io vado bene o meno, se faccio le cose nel modo giusto o se sto sbagliando. In queste condizioni vivo molto male, perchè sono costantemente tormentato dal timore del giudizio degli altri, come una sentenza insindacabile.

Ho una grande difficoltà a dire di no, a rifiutare le richieste altrui. Sento di non essere in diritto di dissentire. Finisco spesso con l’accettare ciò che mi viene richiesto dagli altri. Le richieste altrui possono essere proposte o tentativi di imposizione: nonostante ciò, io tendo a leggere le richieste altrui come obblighi e imposizioni, anche quando volevano essere semplici proposte. Spesso penso che l’altro pretenda che io faccia determinate cose, quando invece sono stato io a non riuscire a rifiutare una sua richiesta. Mi sentirò dunque costretto a fare qualcosa che non volevo fare veramente.
Non mi sento in diritto di dire “no” e basta, senza dare tante spiegazioni o giustificazioni. Non riuscendo ad esprimere chiaramente il mio dissenso, l’unico modo che mi rimane per non accondiscendere alle richieste altrui è raccontare bugie o omettere particolari. Le bugie sono quindi una scappatoia dall’accondiscendenza: nonostante ciò, bugie e accondiscendenza condividono un aspetto fondamentale: il fatto di non riuscire a esprimere me stesso e i miei bisogni.

Sono dunque posto di fronte a un tragico dilemma sociale, riassumibile nel motto latino “nec tecum, nec sine tecum”, ovvero “né con te, né senza di te”. Stare con gli altri significa avere una vita sociale, ma, al tempo stesso, rinunciare a essere me stesso; al contrario, stare da solo significa essere me stesso, ma rinunciare agli altri e patire la solitudine. Entrambe le implicazioni a mia disposizione sembrano condurmi inevitabilmente alla sofferenza. Per questo, può capitarmi di oscillare tra periodi di socievolezza e periodi di solitudine, in cui non è possibile essere completamente sereno. I momenti di solitudine possono durare solo qualche ora o qualche giorno, oppure durare anche mesi o anni. I momenti di solitudine sono una sorta di pausa, di tregua, dalle relazioni sociali che per me sono troppo faticose da sostenere, visto che le vivo con una forte ansia da prestazione. La solitudine può esplicarsi anche attraverso un distanziamento fisico da alcune persone vissute come molto importanti ma anche molto impegnative: pensiamo ad esempio a chi va a vivere molto lontano dai propri genitori, come tentativo di mettere una barriera geografica che permette di prendere fiato dalle aspettative altrui che altrimenti sarebbero troppo incombenti e ingestibili.

Siamo giunti alla fine di questa esplorazione sulla difficoltà ad essere se stessi, in cui ho proposto una chiave di lettura articolata per comprendere meglio questo tipo di esperienza.
Qualcuno potrebbe essersi sentito descritto in alcune o in molte parti della mia trattazione. La difficoltà a essere se stessi si declina in modi diversi da individuo a individuo, ma ho tentato comunque di identificare gli aspetti che maggiormente ricorrono nelle persone con questo tipo di vissuto.
La difficoltà a essere se stessi è relativamente comune e può portare grande disagio e sofferenza nella vita della persona. Un percorso di psicoterapia permette di lavorare su questo vissuto e affrontarlo. L’obiettivo di una psicoterapia è potersi permettere di essere se stessi, in armonia con gli altri.
Se pensi che una psicoterapia potrebbe fare al caso tuo, puoi contattarmi per un primo appuntamento e ne parleremo insieme.

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